domenica 22 dicembre 2013

[RECE] Lo Hobbit - La Desolazione di Smaug (a.k.a. Il Signore degli Anelli 5)



Una volta digerito il rospo, grazie al primo capitolo, dell'approccio di Jackson al libro introduttivo alla saga della Terra di Mezzo, questo si digerisce decisamente di più.
Togliendo i dubbi, non c'è stato il miracolo. Pure questo è il Signore degli Anelli e non lo Hobbit.
E, come nel primo, è pieno di sciatterie visive compensate però da un 3D favoloso (visto anche questa volta in HFR 3D all'Arcadia).
Le immagini artefatte che ammazzavano visivamente il primo capitolo (la contea era da cavarsi gli occhi) sono molto ridotte, anche perchè le ambientazioni in questo secondo capitolo sono più buie e danno meno fastidio. L'HFR comunque crea alcuni svantaggi a livello di fruizione a favore del 3D, come nel primo, però dopo un po' ci si abitua e non se ne fa più caso.
Questo secondo capitolo copre l'arco narrativo dall'incontro con Beorn fino alla fuga di Smaug da Erebor, lasciano all'intero terzo capitolo la narrazione della guerra finale (che, ricordiamolo, nello Hobbit non è raccontata, per un buon motivo).
Il capitolo più duro: gli inserti. E partiamo dal più tosto: gli elfi. Legolas urla "sono inutile e sono qui perché sono figo" ad ogni inquadratura (per non parlare della sequenza "videoludica" che lo vede protagonista, chi ha visto il film capisce di cosa sto parlando, mancava solo la scritta "Combo Breaker!" su schermo), ed è un puro fanservice.
Al contrario Tauriel, interpretata da Evangeline Lilly, è un personaggio che funziona. Premetto una cosa, è Evangeline Lilly ed è rossa nel film, la mia opinione potrebbe non essere oggettiva. Personaggio inventato di sana pianta da PJ e consorte, è una guerriera elfica che lavora per il padre di Legolas, con cui ha una potenziale storia. Su questa cosa, e su un altro elemento della trama che la riguarda, mi sento in dovere di stendere un velo pietoso. I fan fantasy più intransigenti avranno un coccolone (a mani basse è l'elemento della trama più basso che è presente, vi riservo la sorpresa).
Sugli inserti relativi al contesto, sono a questo punto giustificati, preparando lo spettatore al background della guerra finale e al ritorno di Sauron.
Dulcis in fundo, il motivo per cui, nonostante tutto, vale la pena di vedere il film. SMAUG.
Lo rivedrò in inglese per godermi la voce di Cumberbatch, ma anche così... wow.
Visto nel modo in cui l'ho visto io è qualcosa di meraviglioso. E' vero, reale, immenso. Sembra di essere dentro la Montagna con Bilbo, con una creatura immensa e terrificante che ti si muove attorno. La CGI è pressochè perfetta (al contrario del resto delle creature della pellicola), e la resa del personaggio lascia senza fiato. Non riesco a descriverlo meglio, è semplicemente una goduria che ti ripaga della sopportazione di tutto ciò che viene prima.
Ah già, perchè il film dura CENTOSESANTA minuti. Vuol dire che il totale della trilogia sarà circa sulle otto/nove ore. Ci ho messo meno a leggere il libro. La durata si sente parecchio...
Jackson ha bisogno di lavorare un po' in televisione secondo me, deve migliorare la gestione dei tempi e dei loro limiti, perchè è evidente che ormai ha perso il controllo su questa parte.

Citazione dell'anno: "Io sono... Fuoco. Io sono ... Morte!"

venerdì 20 settembre 2013

[RECE] Federico Guerri - Questa sono io

"Questa sono io" è l'opera prima (come romanzo) di Federico Guerri, che ho "conosciuto" come Sindaco di "Mondo di Nerd", una delle pagine più simpatiche e meglio curate (IMHO) della comunità "nerd" facebookiana. Ho comprato questo libro a occhi chiusi: la versione Kindle costa meno di 5 € (e, per la cronaca, è il primo e-book che compro) e di base andavo sulla fiducia.
Non sapevo cosa aspettarmi. Non sapevo nemmeno di cosa parlava. Nemmeno il genere.
Il libro si apre nel modo migliore per attirare il mio affetto, cioè con una delle citazioni più famose di Dio Joss (“Q: So, why do you write these strong female characters? Whedon: Because you’re still asking me that question.”), accompagnata da una citazione dell'Otello di Shakespeare.
Il romanzo è composto da tre macrosequenze che raccontano la stessa storia in modo diverso.
In soldoni, la protagonista è Laura Prete (ci scommetto che il nome è una citazione a Laura Palmer, ma magari è un'idea mia), una giovane ragazza di provincia e la sua ascesa al successo in un'Italia parallela ma molto vicino a quella reale. Non si utilizzano nomi reali né di personaggi né di trasmissioni televisive ma i riferimenti sono abbastanza chiari (anche se superflui per gli scopi del libro).
Quello che rende particolare il romanzo sono appunto i tre modi in cui la storia viene raccontata: nella prima sequenza Laura è una ragazza innocente, nella seconda una ragazza disposta a qualsiasi cosa per arrivare al successo, nella terza una fredda calcolatrice. Ogni storia è completa in se stessa, ma viene arricchita dalle altre due, creandone di fatto una quarta nella mente del lettore, che si trova a decidere a quale versione della storia credere.
L'incipit è potentissimo, e dimostra da subito sia lo stile che la qualità della scrittura del suo autore. L'opera è scorrevolissima pur essendo, in parecchi passaggi, decisamente pesante a livello tematico (in particolare la seconda sequenza). Altrettanto efficace il finale, che chiaramente funziona sia come finale della terza "versione" che del libro tutto.
Non è perfetto, forse in alcuni passaggi pecca di pedanteria (è troppo esplicativo), ma è veramente cercare il pelo nell'uovo in un lavoro confezionato alla grande, che non annoia mai e che dimostra una notevole capacità del suo autore (che non vedo l'ora poter leggere di nuovo).
Non sono volutamente andato nei dettagli della storia, è un libro breve ma molto intenso che consiglio a chiunque.
Se vi interessa, qui trovate sia la versione cartacea che digitale.

venerdì 12 luglio 2013

[RECE x2] To The Wonder / Pacific Rim

Recensione doppia di due film che non potrebbero essere più diversi di così...

To The Wonder
Io a Malick voglio bene. Ma tipo tanto. Dopo The Tree Of Life l'attesa era tanta, ma purtroppo non è stata ripagata. "To The Wonder" si è rivelata una brutta ripetizione del precedente lungometraggio, ma totalmente privo di quella grandezza e di quella profondità che lo avevano caratterizzato. Il legame è evidente (e a quanto pare nella sua testa questa storia avrebbe dovuto far parte della precedente), ma il registro risulta parecchio fuorviante. E' una storia che parla di amore, ma lo fa in un modo non convincente e che cade troppo spesso nell'autocompiacenza (negare, per esempio, che un gran numero di inquadrature sono fatte solo ed esclusivamente perchè lui le può fare è negare l'evidenza),e il cui gusto poetico finisce troppo spesso nello stucchevole e nel fine se stesso. La storia stessa è decisamente bizzarra, le relazioni fra i personaggi sono a dir poco dubbie, e lasciano trasparire una visione del mondo del suo autore abbastanza fuori dalla realtà e figlia di quell'isolamento volontario in cui è sempre vissuto. Quello a cui manca principalmente a questo film è una sceneggiatura che stia in piedi, e che non faccia sembrare il film un mero collage di belle immagini da cartolina. Ciò che è innegabile è la maestria di Malick nello storytelling (capacità sempre più rara ormai), capace di fare entrare nel mondo di questi personaggi praticamente senza l'uso di parole (il film è in gran parte muto, e i dialoghi sono appena abbozzati). Non è un brutto film, sia chiaro, anzi. Il gusto e la personalità di Malick sono unici e ci sono tutti. Il problema è che qui ci sono troppo... Comunque convincentissima buona parte del cast, su tutti la Kurylenko, che oltre ad essere bella in modo imbarazzante dimostra doti non indifferenti. L'unico proprio "meh" è Affleck, che si conferma meglio come regista che come attore. Un ruolo adatto a lui (il suo personaggio è sostanzialmente incapace di esprimere emozioni), ma che risulta davvero recitato in modo scarso, sopratutto a fianco a un colosso come Bardem e la Kurylenko.
In sostanza, gran belle immagini, tanto gusto, ma poca coerenza.

Pacific Rim
PR è tipo la gioia fatta film. E' esattamente, e di più, di quello che ci si aspetta. Solo per metterlo in chiaro, non è il nuovo Star Wars o il nuovo Top Gun, come è stato descritto dal buon RRobe, ma è un film di cui sicuramente si parlerà e che diventerà il termine di paragone per i film di questo tipo.
Un film non certo perfetto, soprattutto a livello di sceneggiatura (ci sono alcune forzature decisamente evidenti e un generale abuso di parecchi clichè), ma girato con una maestria, un affetto per il tema e un gusto per il divertimento più puro rari. In sostanza è il sogno di ogni bambino nato negli anni '80, la perfetta trasposizione degli universi robotici e mostruosi tipici della cultura nipponica (che viene tributata, non meramente saccheggiata dal film), girato da un regista non solo sa fare il suo lavoro, ma che queste cose le ama davvero. Il comparto tecnico è davvero esagerato, a partire da una stereoscopia efficacissima e praticamente perfetta (e, incredibilmente, riconvertita), che permea tutto il film. Il tutto sembra davvero estremamente credibile (ed essendo in un film che parla di giganteschi mostri alieni provienienti dall'oceano combattuti con giganteschi robot, è tutto dire), ed da notare la cura nei dettagli, come ad esempio le ammaccature che si vedono sui robot e sulle armature dei piloti, segno delle continue lotte. Pregevole anche la rapida introduzione iniziale, che racconta tutto senza perdere tempo, per catapultare lo spettatore da subito nell'universo raccontato. La trama risulta tra l'altro molto buona (non impeccabile, ripeto), con dei buoni personaggi, basati palesemente su stereotipi tipici dell'animazione giapponese, ma perfettamente funzionali al contesto. Su tutti spicca il personaggio (e l'interpretazione) di Ron Perlman, che si divora la scena risultando a mani basse il più memorabile (nonostante il poco screen time).
Con questo film, se servisse, ci dimenticheremo tutti del freddo e confusionario Transformers di Bay...

lunedì 1 luglio 2013

[RECE] Man Of Steel

Avviso 1: questa recensione sarà molto lunga e piena di sproloqui  :-P
Avviso 2: sarà piena di riferimenti a scene del film. Non oso chiamarli spoiler (perchè implicherebbe che in questo film ci siano cose spoilerabili - SPOILER: non è così), ma ci siamo capiti.

"Man of Steel" è un film sbagliatissimo, per parecchi motivi, che analizzerò uno alla volta.

I nomi coinvolti
Le premesse c'erano tutte. Alla produzione (e supervisione) Christopher Nolan, non solo regista della fortunatissima e splendida trilogia di Batman, ma sopratutto uno dei migliori cineasti sulla piazza. Alla regia Zack Snyder, un regista che personalmente adoro alla follia, e generalmente snobbato come registucolo di roba tamarra, quando invece, parere personale, ha un gusto estetico e una personalità registica rara nel panorama odierno. L'unica incognita (a ragione) era lo sceneggiatore, il tremendamente altalenante David Goyer (a cui, diciamolo subito, appartengono i maggiori problemi del film). Goyer ha ormai sulle spalle una notevole esperienza nel genere, che va però presa con le pinze. Principalmente perchè si distinguono nettamente i film che ha scritto da solo e quelli scritti con altri. Da solo ha scritto e diretto "Blade Trinity" (ce lo ricordiamo quello vero?), il "Nick Fury" con Hasselhoff (true story) è il final draft del terribile secondo capitolo di "Ghost Rider". Però il suo nome è anche in tutta la trilogia di Nolan (con i due fratelli Nolan), "Blade II" (ma è lampante che quel film funziona per Del Toro e non grazie a lui). Ma, notiamolo il suo nome è anche su "Jumper" (film che al solo nome fa venire un tremito alla schiena a chi ha avuto la sfortuna di vederlo). In questo film tutti i suoi limiti vengono fuori.

La competizione
Il ruolo del film, a livello di progetto globale, dovrebbe fungere da punto di partenza per l'universo DC cinematografico, incredibilmente in ritardo rispetto alla concorrenza Marvel (che ne ha azzeccati tanti e sbagliati pochi, imponendosi sul mercato in maniera spaventosamente potente). Chiaro da subito che l'approccio che si sarebbe usato sarebbe stato molto più "serio" della Marvel, partendo dalle ceneri della trilogia Nolaniana di Batman (che, se servisse dirlo, ho trovato eccellente).
In realtà il film non è per nulla incisivo, per una serie di motivi. E, soprattutto, i riferimenti preparatori all'universo DC sono a dir poco ridicoli (qui, divertitevi).
Alla fine del film non si percepisce un senso di inizio di qualcosa di più grande, ma solo il (parziale) compimento della storia di un solo personaggio. La Marvel, anche solo con Iron Man, ha fatto ben altro.
La trilogia di Batman era indubbiamente pensata come standalone, a differenza di Lanterna Verde, che se non avesse floppato così clamorosamente (anche se, sinceramente, non è affatto così male come se ne parla) sarebbe stato integrato nell'universo. Se la Warner è furba, può riciclare il Freccia Verde della serie TV (Arrow chiaramente, non Smallville :-P) sfruttando la serie anche per presentare almeno un altro personaggio (dovessi scommetterci, Flash). Di lavoro da fare ce n'è tanto, ma non si è partiti con il piede giusto.

La regia
Come premesso, adoro Snyder. Ma questo film, per come è stato fatto, lo poteva dirigere anche Michael Bay sotto acidi. Zero ritmo, zero tocchi personali, solo tanto rumore e tanto vuoto.

La sceneggiatura
Da dove si comincia qua? Dai dialoghi imbarazzanti (tutti)? Dal collage di scene collegate con lo spago? Da un uso estremamente poco efficace (e, sopratutto, inutile) della narrazione non lineare?
Cominciamo dai dialoghi. Ne cito giusto due, che chi ha visto il film inquadrerà subito: 1) "Se dovrò rifarlo, lo rifarò!"2)"Cosa c'è, soldato?" "Ohhh....lo trovo così sexy....". Brividi.
Davvero, è così pessima sotto ogni aspetto che mi è anche passata la voglia di scriverne.
Se avete visto il film, pensate alle scene di questo film che vi hanno colpito. Non parlo solo di colpi di scena, ma di scene anche semplicemente belle e memorabili. A me non ne viene mezza.
E, colpa più grave, annoia tanto che a metà film ero convintissimo (o meglio, ci speravo) stesse finendo....


L'approccio al personaggio
Fondamentalmente è qui che chi ha visto il film si divide. Perchè l'approccio degli autori al personaggio è, come dire, controverso.
Principalmente perchè non si capisce se gli autori non hanno capito il personaggio oppure hanno scelto il momento e il modo sbagliato per stravolgerlo. Il problema principale di questo film è che non c'è Clark. Mai. Mi spingo più in là (e mi beccherò qualche insulto per questo), su questo aspetto era meglio Smallville (mi fermo qui, mi sento sporco ad averlo scritto). Il personaggio è sempre Superman, sia da bambino, che da ragazzo, che da adulto. Non c'è tutta quella componente "campagnola" del personaggio che è sua parte fondamentale. Clark, nel fumetto e in tutti gli adattamenti precedenti, cresce con i suoi poteri protetto dai suoi genitori, che gli insegnano il valore del lavoro e del far bene alla comunità (chiaramente spingendolo a non fare scoprire i propri poteri). Qui questa cosa è trattata in maniera bizzarra. Il personaggio di Jonathan Kent è un dannatissimo paranoico, il cui unico insegnamento che dà al figlio è "fa nulla che tu possa salvare il mondo, rimani nascosto". La cosa culmina nella scena del pulmino (che si vede nel trailer), quando Clark, rimproverato dal padre per averli salvati, gli chiede "Cosa avrei dovuto fare? Lasciarli morire?" "Forse sì.". Mi si è gelato il sangue a quella frase.
Sempre a Jonathan è da imputare una delle morti più idiote della storia, sacrificandosi in maniera stupidissima pur di non far usare i suoi poteri al figlio. Che, per tutta risposta, proprio per provare di aver fatto propri gli insegnamenti del padre, inizia a girare il mondo, sotto false identità, alla ricerca di luoghi in cui i propri poteri potrebbero risultare utili, e senza farsi grossi problemi nel manifestarli (tanto basta cambiar nome per non farsi beccare, vero? Si veda più avanti per la risposta a questa domanda). Complimenti per la coerenza.
Il personaggio di Clark per come lo conosciamo si vede solo alla fine, ma con tutte le premesse la cosa si rivela una citazione fine a se stessa.
A Clark si affianca Lois, presentata come un perfetto stereotipo di donna forte, priva di una qualsivoglia personalità, ma dotata di superpoteri che Superman le fa un baffo. Super vista nel beccare, al buio, Clark in mezzo alla neve a chilometri di distanza, supervelocità nel raggiungerlo, con una dinamica che definire dubbia è dir poco, che si ripete costantemente in tutto il film, raggiungendo il punto massimo nella scena finale alla stazione con Zod.
Vogliamo parlare poi di quanto risulti camp Russell Crowe a far Jor El? Se non fossi stato così disgustato dal resto, un paio di scene erano da morire (in particolare, quando fa da guida a Lois nell'astronave, una scena che definire imbarazzante è fargli un complimento.
Chi ha apprezzato il film ha apprezzato il fatto che il personaggio di Superman venga demitizzato, e reso più umano. Ma apprezzare una cosa del genere parlando di Superman è la prova di non aver capito il personaggio. Cito, a braccio, Max Landis, che di questo film ha fatto una breve ma splendida videorecensione (qui). In questo film si ha paura di affrontare Superman per quello che è: 1) in primis, l'archetipo del supereroe 2) un dio in terra. Perchè, parole di Landis che condivido, il personaggio di Kal El, presa coscienza dei propri poteri, aveva davanti un bivio: comandare la Terra o salvarla. La sua scelta è quello che identifica il personaggio. Qui i poteri sono visti solo come un ostacolo alla normalità, qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere, snaturando il mito di Superman e quello che rappresenta.
Perchè questa scelta è quella che guida la vita del personaggio, ed è ciò che rende la dinamica del rapporto fra Superman e Batman così interessante (cosa nota per chi segua le avventure fumettistiche).

Ah, però le mutande le ha sotto il costume, allora è un approccio supermoderno. E, per favore, smettiamola di dire che l'approccio al personaggio è simile a quello di Terra Uno di JMS o Action Comics di Morrison (questi due approcci, tra l'altro piuttosto simili tra loro, pur senza eccellere riescono a modernizzare il personaggio senza snaturarlo).

Un brutto film?
Sarà banale dirlo, ma esistono diversi tipi di brutti film. Ci sono film fatti con pochi soldi e poche idee, ma che uno può divertirsi a vedere (tipo quelli che recensisce Yotobi, per intenderci). Ci sono brutti film come Dragonball Evolution, fatti con i soldi giusti ma un approccio completamente sbagliato, e senza nemmeno crederci davvero. Altri come Amazing Spiderman, che alla fine si rivalutano per un semplice motivo: sono tremendamente divertenti da prendere in giro (Rolando Guevara, ragnatela-lazo quante risate ci avete regalato).
Questo non rientra in nessuna di queste categorie: non è abbastanza stupido da essere divertente da prendere in giro, non è fatto con pochi soldi tanto da farti chiudere un occhio o due. E' una produzione di prim'ordine, fatta da nomi importanti, con una funzione importante, che si è rivelata una bolla di sapone.

E adesso?
Alla fine questo film incasserà comunque un sacco di soldi, abbastanza da finanziare almeno il secondo capitolo e, con un po' di coraggio da parte della WB, anche l'agognato film della JLA, che ormai sta avendo un connotato mistico (visto che è in ballo da una cosa come vent'anni). Ma se queste sono le premesse, c'è da aver paura. Bocciato senza se e senza ma.

domenica 2 giugno 2013

[RECE x 2] Fast & Furious 6 / Una notte da leoni 3

Oggi solo film culturalmente elevati!

Fast & Furious 6
F&F è una saga più unica che rara nella storia del cinema. Parte con il primo, un action non certo memorabile che ha dato l'impronta iniziale alla saga: grandi corse di macchine unite ad una dose di belle donne non indifferente, il tutto condito con più tamarraggine possibile. Il secondo ha confermato il trend, aumentando la dose di scene assolutamente incredibili (nel senso di "non credibili"), il terzo ha fatto spronfondare il tutto nel nulla totale (e, personalmente, avevo già messo una croce sulla serie). Poi è uscito il quarto, che non solo torna ai livelli del primo, ma fa intravedere (finalmente) una struttura narrativa degna di questo nome, embrione che avrebbe portato all'effettivo capolavoro della serie, Fast Five, che non solo risolleva la serie sotto ogni aspetto (dando più spazio ai personaggi e alla trama rispetto alle pure tamarrate), ma che è in assoluto uno dei migliori action usciti negli ultimi vent'anni.
Il sesto capitolo ha il difficile compito di chiudere il (primo) ciclo della serie, con l'addio del regista e dello sceneggiatore che si sono occupati degli ultimi quattro capitoli. La decisione degli autori è stata (comprensibilmente) quella di raccogliere in questo film tutto quello che, nel bene e nel male, ha rappresentato la saga. Dunque, insieme a dei bei personaggi ed una più che buona sceneggiatura (anche se con qualche sbavatura di troppo) ritornano le super tamarrate dei primi capitoli, messe in scena con una maestria rara, ma che (soprattutto una) ho trovato davvero troppo eccessive.
In poche parole, non bellissimo come il precedente, ma un film divertente e onesto. E, dopo la scena finale che introduce LUI nella saga, siamo già tutti al cinema a vedere il settimo.

Una Notte da Leoni 3
La conclusione della serie mi ha onestamente lasciato con un po' di amaro in bocca. Non brutto, sia chiaro, il suo sporco lavoro lo fa. Prima cosa che mi ha fatto un po' storcere il naso è la rottura dello schema narrativo dei primi due, scelta indubbiamente coraggiosa ma che fa un po' a snaturare lo stile della serie. Altra cosa che non ho troppo apprezzato è lo sbilanciamento dei personaggi, visto che Alan qui si divora tutti gli altri, mentre nei precedenti anche gli altri personaggi avevano il loro peso. Per il resto quello che si può trovare nel film lo si sa: comicità demenziale e eccessiva ai massimi livelli, situazioni folli, una regia incredibile (cosa mai abbastanza sottolineata nei capitoli precedenti).
Dichiarazioni degli attori e autori, questo è l'ultimo capitolo, ed è giusto così. Zack ormai è lanciato e spero riesca a confermare la sorpresa che è stato, Cooper è stato a un soffio dall'Oscar, Helms è un buon caratterista che purtroppo non ha ancora trovato la sua dimensione (come si è visto nelle ultime stagioni di The Office). Comunque, sommando il tutto, una buona conclusione, inferiore ai primi due capitoli ma che vale la visione.

venerdì 10 maggio 2013

[RECE x 2] Imaginaerum / La Casa (2013)

Oggi doppia recensione!

Imaginaerum
Questo è un piccolo film che sicuro come l'oro non vedremo mai trasmesso in sala in Italia. Anzi, troverei strabiliante anche solo fosse distribuito in DVD (un film scritto da un musicista metal? Scherziamo?).
E' la versione cinematografica dell'ultima fatica dei Nightwish, lo splendido album omonimo. Il gruppo finlandese l'ha realizzato insieme a Stobe Harju, regista del loro notevole video per "The Islander" (http://www.youtube.com/watch?v=5juc6fmgylw), che ha curato la sceneggiatura insieme a Tuomas Holopainen (tastierista, compositore e mastermind del gruppo) e l'ha diretto. Le coordinate del film sono quelle dal dark fantasy, e trasuda Burton e Gaiman da tutti i pori.
E'un piccolo film, cucito su misura per i fan del gruppo, che si trovano da subito attirati nel'universo che Tuomas è stato in grado di creare con le sue melodie, unite alla voce stratosferica (nell'eterna lotta Tarja/Anette sono nello schieramento Anette a mani basse) della Olzon. La componente musicale della storia è prominente, tanto che il gruppo nella sua completezza è parte integrante del film.
La trama, in due parole, racconta di Thomas (se non venisse colto, un chiaro alter ego di Tuomas stesso), un uomo anziano e malato che in punto di morte si ritrova bloccato in una fantasia legata alla sua infanzia e allo sviluppo della sua vita, vissuta sempre a metà fra sogno e realtà, causandogli la perdita della moglie e creando un'ambiguo ma vissuto negativamente rapporto con la figlia, protagonista del film nel lato reale della vicenda. Approfondire la trama non ha troppo senso, è un film che dura meno di un ora e mezza. Trasuda dello stile e della poetica del gruppo, ed è anche un buon lavoro a livello cinematografico (cosa che non ci aspetterebbe da un film finlandese praticamente indipendente), con dei buoni effetti speciali (forse un po' datati, ma che fanno il loro più che discreto lavoro), un eccellente ambientazione (che mi ha ricordato il misconosciuto ma eccellente "Mirrormask", partorito da quella coppia di geni che sono Neil Gaiman e Dave McKean), una buona recitazione e una buona sceneggiatura. Non il film del secolo, sia chiaro, ma una bella sorpresa. Poi beh ho adorato il disco e le melodie di Tuomas mi ammazzano...

La Casa (2013)
Avrei voluto sproloquiare un po' su questo. Ma poi ho letto la recensione dei 400 Calci: http://www.i400calci.com/2013/05/immobilismo-la-casa-2013/.
Ci ho rinunciato. Quella recensione rende perfettamente l'idea di quello che il film mi ha suscitato.
In due parole, non brutto (anzi), ma sostanzialmente inutile. E vedere un film del genere fatto in questo modo dopo Quella Casa Nel Bosco è come vedere una fiction RAI dopo aver visto "Boris" (con le debite differenze, chiaramente). Consigliato ai fan della trilogia (dei primi due almeno) e agli apprezzatori del genere, ma assolutamente niente di indimenticabile.
Con tutti i suoi difetti, Salem è una spanna sopra (al contrario di quello che si legge in giro).
P.s.: rimanete fino alla fine, fatevi del bene

P.s.2: il trailer red band è un gioiellino...

domenica 5 maggio 2013

[RECE] Superman - Terra Uno: Volume 2



Il progetto “Terra Uno” è la controparte DC (ma questo non lo diranno mai) dell’universo Ultimate della Marvel. Di base l’idea è la stessa, un effettivo reboot (e non un semplice starting point come un “New 52” o un “Marvel Now”), finalizzato a svecchiare i propri personaggi facendo piazza pulita della continuity e approcciandosi a loro con un punto di vista più moderno.
A differenza della Marvel però la DC ha creduto decisamente poco nel progetto, visto che di Superman esistono solo due volumi, uno di Batman (scritto da Geoff Johns e disegnato dall’eccellente Gary Frank), e un attesissimo ma continuamente rimandato volume di Wonder Woman, scritto da sua maestà Grant Morrison, che dovrebbe (ma ci si crede poco) uscire nel corso di quest’anno.
La DC li ha pubblicati come fossero degli elseworld, senza creare un universo completo come la controparte. Il perchè di questa scelta mi è abbastanza oscuro. Quello che c’è da attestare è però la tiepida accoglienza che ha ricevuto il primo volume di Superman scritto, come questo, da J. Michael Straczynski e disegnato da Shane Davis. Non perchè fosse brutto, ma semplicemente non diceva nulla di interessante. Al contrario, il Batman di Johns (recentemente ristampato dalla Lion) ha fatto il suo discreto lavoro, senza strafare ma facendo le cose fatte bene (Johns in questo è impeccabile).
Questo volume due di Superman mi ha invece particolarmente soddisfatto. Dopo la delusione del capitolo precedente sono partito molto prevenuto, ma sono stati fatti parecchi passi avanti.
L’approccio al personaggio è decisamente più interessante: il protagonista è più Clark Kent che la sua controparte svolazzante, un Kent giovane e decisamente sofferente, costretto controvoglia a rimanere nascosto per non fare scoprire il proprio potere, invece manifestato con enorme potenza una volta in divisa. Si vedono i problemi che questa vita gli porta, tra problemi sentimentali a problemi... pratici (non vi dico di cosa si tratta di proposito :-) ). Una sceneggiatura fatta meglio però non è bilanciata nella parte grafica: Davis è notevole, ma in alcuni frangenti è ancora un po’ acerbo, sopratutto nelle parti più dinamiche, in cui è fors eun po’ granitico. Un altro punto negativo è il villain scelto, che sostanzialmente ha la funzione di pungiball per l’uomo d’acciaio, un personaggio poco significativo e decisamente non contestualizzato.
Nonostante non sia per nulla perfetto, è una lettura che consiglio, anche perchè è leggibile tranquillamente anche se non si è letto il primo volume (le conoscete le origini di Superman, no?). Nota finale, la comicità in cui la Lion è riuscita a cannare il layout del volume. Confrontare con il primo per credere.

mercoledì 1 maggio 2013

[RECE] Le Streghe di Salem

Dopo la cocente delusione di Iron Man 3, un filmetto divertente ma che non lascia nulla (se non un po' di fastidio per alcune scene del tutto gratuite), un po' di soddisfazione mi serviva.

E mi è arrivata dal caro Rob Zombie, con il suo sesto lungometraggio.
Dopo l'acerbo ma interessante debutto con "La Casa dei 1000 Corpi" (esplicito tributo al "Non Aprite Quella Porta" di Tobe Hooper), il suo meraviglioso sequel "La Casa del Diavolo" (che trasudava Carpenter da tutti i pori, ibridando horror e western come -quasi- solo il Maestro sa fare), il discusso (ma personalmente molto apprezzato) remake di "Halloween" e il suo sequel, e il misconosciuto (ma abbastanza trascurabile, sinceramente) film animato, tratto dal suo fumetto "The Haunted World of El Superbeasto", Zombie torna dietro alla macchina da presa per tributare un tipo di horror completamente diverso dal suo solito.

"Le streghe di Salem" racconta di Heidi, un DJ Rock interpretata da quella gnocca di sua moglie Sheri Moon, di cui abbiamo una diapositiva con il maritino, che viene posseduta dalla reincarnazione di una setta di streghe bruciate al rogo secoli prima nella sua città, appunto Salem.
Sulla trama in se non c'è un granchè da dire, la storia è abbastanza semplice, con pochissime ambientazioni e personaggi, ed è una classica storia di possessione. Quello di cui vale la pena raccontare è il modo.
Va detto subito, "Salem" non è un film per tutti i palati, e per questo ha ricevuto una tonnellata di critiche negative. Non concede nulla al pubblico, ma è un'evidente esperimento del regista alla ricerca di uno stile estetico proprio, legato indissolubilmente agli autori che venera (in questo caso,fra gli altri, Fulci, Kubrick -tantissimo-, Argento, Polanski) ma con un tocco personale innegabile. E' un piccolo film, non ambizioso e senza volontà di esserlo, girato con due soldi e pochissimi mezzi ma con una gran voglia di giocare con il cinema.
L'orrore che Zombie ricerca nel film non è quello splatter e grandguignolesco a cui ci ha abituato nei film precedenti e che ormai è la regola negli horror più recenti, ma quello psicologico. La discesa nella perdizione di Heidi ha una potenza enorme, e crea uno stato di ansia perenne per tutta la pellicola. E, va detto, la Moon fa anche la sua discreta figura (certo aiutata dal regista che non di dimentica mai di ricordarci chi è che si porta a casa la sera, forse anche troppo). Si vede un ritorno all'immagine come stimolo orrorifico come non se ne vede da un po' al cinema. Un orrorifico sicuramente bizzarro, di chiarissima ispirazione settantiana, forse un po' camp in alcuni punti.
D'altro canto, senza nascondersi dietro un dito, il film è tutt'altro che perfetto o grandioso. I pochi mezzi con cui è stato fatto si vedono, alcune scene sono realizzate in maniera abbastanza sciatta, tanto da ricordare i b-movie degli anni '80. Problema più grave sono alcuni dialoghi decisamente imbarazzanti, una cui maggior cura avrebbe solo giovato. E, sopratutto, il finale, che suona un po' troncato... forse un cinque minuti in più per spiegare la risoluzione della vicenda non avrebbero fatto male.
Non è l'horror dell'anno (così, su due piedi, lo sarà il remake de "La Casa"), e nemmeno il suo film migliore ("La Casa del Diavolo" è nettamente superiore), ma la prova che Zombie si è rivelato un autore da tenere d'occhio, che sta percorrendo un percorso che potrebbe portare a qualcosa di decisamente interessante, in un periodo in cui putroppo siamo abituati ad horror plastificati e decisamente poco stimolanti.

domenica 20 gennaio 2013

[RECE] Cloud Atlas

Quest'anno siamo partiti con il piede giusto, dopo l'ultima grande delusione di dicembre (Lo Hobbit).

Cloud Atlas è un film ambizioso, coraggioso, notevolmente complesso. Giusto per mettere le cose in chiaro, non ha la portata rivoluzionaria di Matrix, che rimane inarrivabile. Ma dopo un fallimento su ogni livello (sia di incassi che di qualità) come Speed Racer, qui si ritorna sui binari giusti. Spiegare il film è dura (e non lo farò), vale sicuramente la pena vederlo un paio di volte (almeno). 

In sostanza sono sei storie  distribuite su sei diverse epoche (metà ottocento, anni '30, anni '70, oggi, e due epoche future), i cui personaggi vivono una sorta di esperienza collettiva collegata da sottili legami. L'autore del romanzo da cui è tratto il film ha affermato che i diversi personaggi sono reincarnazioni in diverse epoche delle stesse persone, e sinceramente sono curioso di vedere come ha fatto a rendere il concetto nel libro. Nel film la cosa è affidata ad uno straordinario makeup, che fa sì che il cast principale reciti da tre a sei ruoli, chiaramente uno per epoca. Al di là del legame effettivo fra i personaggi, ogni storia è legata alla precedente in quanto effettiva storia letta o conosciuta dai protagonisti (per esempio, la quarta storia è un film nella quinta, la prima un romanzo nella seconda e così via), creando così un esplicito filo conduttore.

Le sei storie sono narrate in montaggio lineare all'interno della singola ambientazione ma alternato a livello globale, ma nonostante l'enorme complessità del tutto (le storia sono diverse sia in tematiche che in tono) il film è perfettamente seguibile, a patto di prestargli la giusta attenzione. Non è chiaramente un film semplice o seguibile a tratti, è decisamente impegnativo, ma lo sforzo viene ripagato da una messa in scena notevolissima. Un grande plauso al cast, che ha dovuto mettersi in gioco in maniera notevole, su tutti Hugh Grant, in un insieme di ruoli mai più diversi da quelli a cui ci ha abituato (e con egregio risultato). Non che il resto del cast sia da meno, chi più (Hanks, Berry, Bae) chi meno (Sturgess,Whishaw). 

Ho trovato visivamente spettacolare l'ambientazione della quinta storia, in modo evidente e riuscito ispirata ad un ibrido fra Blade Runner e Tron, con un look pulito e non tamarroso, che usa gli effetti speciali senza abusarne.

Un plauso agli autori per avere sapientemente usato la quarta storia come intermezzo "comico", rompendo un po' l'atmosfera del film e rendendo il tutto più godibile (e Hugo Weaving in quella sequenza fa morire dal ridere).

Un film non facile, girato con il cast e il budget di un blockbuster ma con lo stile di un film d'autore. I fratellini sono tornati, e spero diano ancora altre soddisfazioni come questa.

venerdì 18 gennaio 2013

[RECE] Django Unchained

Ogni volta che esce un nuovo Tarantino, si sa che si sta assistendo a un pezzo di storia del cinema. Questo crea sempre aspettative altissime, un sacco di speculazioni, un sacco di discussioni.
E' cinema dannatamente potente, personale come pochi, che si odia o si ama.

A differenza degli altri suoi film che ho avuto il piacere di godermi in diretta (Kill Bill, Death Proof e Bastardi senza Gloria), a questo mi sono avvicinato senza quasi nulla in testa, pronto a godermi lo spettacolo. E che spettacolo.
Affrontiamo subito qualche questione: non è il suo film migliore (il paragone con Pulp Fiction è ancora decisamente troppo lontano), non il peggiore (che è abbastanza universalmente Death Proof, ma averne di film peggiori così).
Questione N-word: su, dai... è ambientato in pieno periodo schiavitù fra Texas e Mississippi, vi aspettavate che li chiamassero "persone di colore"? "Afroamericani"? Davvero divertenti, se non fossero deprimenti, le accuse di razzismo lanciate verso Tarantino, senza rendersi conto di stare criticando un film (e, di riflesso, un regista) che mette alla berlina schiavitù e razzismo ridicoleggiandoli come si vede raramente.
E poi l'ultima questione appunto, la tematica. Questo non è un film che parla di schiavitù, e nemmeno lo vuole essere. La schiavitù (e il razzismo) sono solo componenti della storia, e trattati senza farsi troppi problemi in maniera spietatamente reale e contemporaneamente parodistica. La scena dell'embrione del Ku-Klux-Klan è una delle scene più emblematiche dello stile del film, e il mio umile parere è che una distruzione di questo tipo dell'atteggiamento di quei rednecks è molto più efficace che un pippone su quanto la schiavitù sia stata sbagliata, e guidata da bigotti cerebrolesi.
Il film ha solo l'aspetto di un western, un vestito che come sempre Tarantino usa per infilarci dentro le idee più disparate, in un bizzarro cocktail che pochi come lui sarebbero in grado di fare funzionare. Una colonna sonora che va da Morricone, a Elisa, a James Brown a Tupac dà un'idea.
Un cast stratosferico, sempre sopra le righe (a volte fin troppo), in cui, parere personale, fa da padrone un DiCaprio favoloso, che si dimostra sempre più un attore stratosferico, coraggioso, capace di mettersi in gioco e di un talento come pochi.
Come sempre, il livello di violenza è notevole, ma la sua quasi totalità è una violenza estetica, giocosa e catartica che non va e non si deve prendere sul serio, in contrasto con le (poche) scene di vera violenza, realizzate con tutt'altro stile e senza dubbio distinguibili dalle prime.
La sparatoria finale mi ha raccontato l'inarrivabile (e decisamente più violento) finale de "Il Mucchio Selvaggio" di Sam Peckinpah, e ci ha fatto scompisciare tutti.
Perchè in fondo è questa l'enorme forza di Tarantino, ha il potere di fare quasi quel gran cazzo che vuole, e se vuole fare uno pseudo spaghetti western con protagonista un nero cacciatore di taglie ambientato in Mississippi, lui lo fa. E non solo lo fa, lo fa lungo tre ore, con interminabili scene di dialogo da blocco degli appunti. E fa un film divertentissimo e godibilissimo, anche per chi (come il sottoscritto) non coglie mezza citazione/frecciatina/furto che contiene.
Posso capire non sia per tutti, e chi non lo sopporta non potrà apprezzare nemmeno questo (ecco, si può davvero non amare Pulp Fiction? E' anche solo concepibile?).

Giusto qualche neo: pecca forse in autocompiacimento (ma è una cosa compresa nel pacchetto), e l'interpretazione di Jackson seppure divertente è a volte un po' stucchevole.


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