domenica 20 gennaio 2013

[RECE] Cloud Atlas

Quest'anno siamo partiti con il piede giusto, dopo l'ultima grande delusione di dicembre (Lo Hobbit).

Cloud Atlas è un film ambizioso, coraggioso, notevolmente complesso. Giusto per mettere le cose in chiaro, non ha la portata rivoluzionaria di Matrix, che rimane inarrivabile. Ma dopo un fallimento su ogni livello (sia di incassi che di qualità) come Speed Racer, qui si ritorna sui binari giusti. Spiegare il film è dura (e non lo farò), vale sicuramente la pena vederlo un paio di volte (almeno). 

In sostanza sono sei storie  distribuite su sei diverse epoche (metà ottocento, anni '30, anni '70, oggi, e due epoche future), i cui personaggi vivono una sorta di esperienza collettiva collegata da sottili legami. L'autore del romanzo da cui è tratto il film ha affermato che i diversi personaggi sono reincarnazioni in diverse epoche delle stesse persone, e sinceramente sono curioso di vedere come ha fatto a rendere il concetto nel libro. Nel film la cosa è affidata ad uno straordinario makeup, che fa sì che il cast principale reciti da tre a sei ruoli, chiaramente uno per epoca. Al di là del legame effettivo fra i personaggi, ogni storia è legata alla precedente in quanto effettiva storia letta o conosciuta dai protagonisti (per esempio, la quarta storia è un film nella quinta, la prima un romanzo nella seconda e così via), creando così un esplicito filo conduttore.

Le sei storie sono narrate in montaggio lineare all'interno della singola ambientazione ma alternato a livello globale, ma nonostante l'enorme complessità del tutto (le storia sono diverse sia in tematiche che in tono) il film è perfettamente seguibile, a patto di prestargli la giusta attenzione. Non è chiaramente un film semplice o seguibile a tratti, è decisamente impegnativo, ma lo sforzo viene ripagato da una messa in scena notevolissima. Un grande plauso al cast, che ha dovuto mettersi in gioco in maniera notevole, su tutti Hugh Grant, in un insieme di ruoli mai più diversi da quelli a cui ci ha abituato (e con egregio risultato). Non che il resto del cast sia da meno, chi più (Hanks, Berry, Bae) chi meno (Sturgess,Whishaw). 

Ho trovato visivamente spettacolare l'ambientazione della quinta storia, in modo evidente e riuscito ispirata ad un ibrido fra Blade Runner e Tron, con un look pulito e non tamarroso, che usa gli effetti speciali senza abusarne.

Un plauso agli autori per avere sapientemente usato la quarta storia come intermezzo "comico", rompendo un po' l'atmosfera del film e rendendo il tutto più godibile (e Hugo Weaving in quella sequenza fa morire dal ridere).

Un film non facile, girato con il cast e il budget di un blockbuster ma con lo stile di un film d'autore. I fratellini sono tornati, e spero diano ancora altre soddisfazioni come questa.

venerdì 18 gennaio 2013

[RECE] Django Unchained

Ogni volta che esce un nuovo Tarantino, si sa che si sta assistendo a un pezzo di storia del cinema. Questo crea sempre aspettative altissime, un sacco di speculazioni, un sacco di discussioni.
E' cinema dannatamente potente, personale come pochi, che si odia o si ama.

A differenza degli altri suoi film che ho avuto il piacere di godermi in diretta (Kill Bill, Death Proof e Bastardi senza Gloria), a questo mi sono avvicinato senza quasi nulla in testa, pronto a godermi lo spettacolo. E che spettacolo.
Affrontiamo subito qualche questione: non è il suo film migliore (il paragone con Pulp Fiction è ancora decisamente troppo lontano), non il peggiore (che è abbastanza universalmente Death Proof, ma averne di film peggiori così).
Questione N-word: su, dai... è ambientato in pieno periodo schiavitù fra Texas e Mississippi, vi aspettavate che li chiamassero "persone di colore"? "Afroamericani"? Davvero divertenti, se non fossero deprimenti, le accuse di razzismo lanciate verso Tarantino, senza rendersi conto di stare criticando un film (e, di riflesso, un regista) che mette alla berlina schiavitù e razzismo ridicoleggiandoli come si vede raramente.
E poi l'ultima questione appunto, la tematica. Questo non è un film che parla di schiavitù, e nemmeno lo vuole essere. La schiavitù (e il razzismo) sono solo componenti della storia, e trattati senza farsi troppi problemi in maniera spietatamente reale e contemporaneamente parodistica. La scena dell'embrione del Ku-Klux-Klan è una delle scene più emblematiche dello stile del film, e il mio umile parere è che una distruzione di questo tipo dell'atteggiamento di quei rednecks è molto più efficace che un pippone su quanto la schiavitù sia stata sbagliata, e guidata da bigotti cerebrolesi.
Il film ha solo l'aspetto di un western, un vestito che come sempre Tarantino usa per infilarci dentro le idee più disparate, in un bizzarro cocktail che pochi come lui sarebbero in grado di fare funzionare. Una colonna sonora che va da Morricone, a Elisa, a James Brown a Tupac dà un'idea.
Un cast stratosferico, sempre sopra le righe (a volte fin troppo), in cui, parere personale, fa da padrone un DiCaprio favoloso, che si dimostra sempre più un attore stratosferico, coraggioso, capace di mettersi in gioco e di un talento come pochi.
Come sempre, il livello di violenza è notevole, ma la sua quasi totalità è una violenza estetica, giocosa e catartica che non va e non si deve prendere sul serio, in contrasto con le (poche) scene di vera violenza, realizzate con tutt'altro stile e senza dubbio distinguibili dalle prime.
La sparatoria finale mi ha raccontato l'inarrivabile (e decisamente più violento) finale de "Il Mucchio Selvaggio" di Sam Peckinpah, e ci ha fatto scompisciare tutti.
Perchè in fondo è questa l'enorme forza di Tarantino, ha il potere di fare quasi quel gran cazzo che vuole, e se vuole fare uno pseudo spaghetti western con protagonista un nero cacciatore di taglie ambientato in Mississippi, lui lo fa. E non solo lo fa, lo fa lungo tre ore, con interminabili scene di dialogo da blocco degli appunti. E fa un film divertentissimo e godibilissimo, anche per chi (come il sottoscritto) non coglie mezza citazione/frecciatina/furto che contiene.
Posso capire non sia per tutti, e chi non lo sopporta non potrà apprezzare nemmeno questo (ecco, si può davvero non amare Pulp Fiction? E' anche solo concepibile?).

Giusto qualche neo: pecca forse in autocompiacimento (ma è una cosa compresa nel pacchetto), e l'interpretazione di Jackson seppure divertente è a volte un po' stucchevole.


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